La psicologia positiva di Martin Seligman nasce da una domanda semplice ma profonda: che cosa rende davvero buona una vita? Non basta eliminare la sofferenza per stare bene: occorre anche sviluppare le proprie capacità, coltivare relazioni significative, trovare uno scopo e sentirsi coinvolti in ciò che facciamo. Attraverso il modello PERMA, Seligman propone così una nuova idea di benessere, inteso non come felicità permanente, ma come possibilità concreta di fiorire e dare un significato alla propria esistenza.
Che cosa significa stare bene? La domanda sembra semplice, ma quando proviamo a rispondere ci accorgiamo che non lo è affatto. Stare bene significa essere felici? Non avere problemi? Avere successo? Possedere abbastanza denaro? Avere buone relazioni? Sentirsi realizzati? Oppure significa semplicemente riuscire ad affrontare la vita con un certo equilibrio?
Sono domande che appartengono da sempre alla filosofia, ma che nel corso degli ultimi decenni sono entrate anche nel campo della psicologia scientifica. Uno degli studiosi che più hanno contribuito a riportarle al centro della ricerca è lo psicologo americano Martin Seligman, considerato una delle figure fondamentali nello sviluppo della psicologia positiva.
L'idea da cui parte Seligman è sorprendentemente semplice. Per molto tempo la psicologia si è concentrata soprattutto sulla sofferenza: depressione, ansia, traumi, disturbi psicologici, paure e comportamenti problematici. Era naturale che fosse così. Comprendere la sofferenza e trovare strumenti per alleviarla rappresenta una delle funzioni più importanti della psicologia.
Ma c'era una domanda che rischiava di rimanere in secondo piano: che cosa rende una persona capace di vivere bene?
Non soltanto come si cura una persona che sta male, quindi, ma anche come si può aiutare una persona a sviluppare le proprie capacità, costruire relazioni significative, raggiungere obiettivi e dare un senso alla propria esistenza.
È intorno a questa domanda che si sviluppa la psicologia positiva.
Seligman contribuì in modo decisivo a questo cambiamento di prospettiva soprattutto a partire dalla fine degli anni Novanta. Nel 1998, durante il suo incarico come presidente dell'American Psychological Association, richiamò l'attenzione della psicologia sullo studio delle caratteristiche positive dell'essere umano. Nel 2000 pubblicò insieme a Mihaly Csikszentmihalyi un articolo destinato a diventare uno dei testi di riferimento della nuova disciplina.
L'obiettivo non era quello di sostituire la psicologia tradizionale, né di sostenere che bastasse pensare positivo per risolvere i problemi della vita.
Il progetto era diverso: ampliare lo sguardo della psicologia, studiando scientificamente anche ciò che permette alle persone di funzionare bene e di sviluppare il proprio potenziale.
Questa distinzione è importante perché la psicologia positiva è stata talvolta confusa con una sorta di filosofia dell'ottimismo a tutti i costi.
Seligman non dice che bisogna ignorare la tristezza, il dolore o le difficoltà. Dice piuttosto che una psicologia che si occupa esclusivamente della sofferenza rischia di conoscere molto bene ciò che rende una persona infelice, ma di sapere meno su ciò che la rende pienamente viva.
Immaginiamo, per esempio, una persona che attraversa un periodo di forte insoddisfazione. Dopo un percorso psicologico riesce a ridurre significativamente l'ansia e a tornare a una condizione di equilibrio. È certamente un risultato importante. Ma potrebbe ancora chiedersi: "E adesso? Che cosa voglio fare della mia vita?"
È proprio questo spazio che interessa a Seligman.
La sua ricerca si collega anche a una fase precedente della sua attività scientifica, nella quale aveva studiato il fenomeno della impotenza appresa.
In determinate condizioni, quando una persona sperimenta ripetutamente situazioni che percepisce come incontrollabili, può arrivare a convincersi che qualsiasi tentativo di cambiare le cose sia inutile.
La conseguenza può essere paradossale: anche quando successivamente compare una possibilità concreta di intervenire, la persona può non riuscire più a riconoscerla o a utilizzarla.
Da queste ricerche nasce anche l'interesse di Seligman per il modo in cui interpretiamo gli eventi.
Pensiamo a un semplice fallimento. Un esame andato male può essere interpretato in molti modi. Una persona potrebbe pensare: "Non sono riuscito questa volta, ma posso prepararmi meglio". Un'altra potrebbe invece concludere: "Non sono capace. Non riuscirò mai. Sono fatto così".
L'evento è lo stesso. Cambia il significato che gli viene attribuito.
Seligman ha studiato proprio questi differenti stili esplicativi, mostrando come il modo in cui interpretiamo gli eventi negativi possa influenzare le nostre aspettative e il nostro comportamento.
Da qui nasce anche il concetto di ottimismo appreso, sviluppato nel suo libro Learned Optimism.
Essere ottimisti, in questa prospettiva, non significa convincersi che tutto andrà bene. Significa imparare a non trasformare una difficoltà specifica in una sentenza definitiva sulla propria vita.
Un errore non deve diventare "sono un fallimento". Una sconfitta non deve necessariamente diventare "perderò sempre". Una giornata difficile non deve trasformarsi in "la mia vita è tutta sbagliata".
Questa distinzione può sembrare sottile, ma ha conseguenze molto concrete.
Il pensiero di Seligman si evolve poi ulteriormente. Nel libro Authentic Happiness, pubblicato nel 2002, lo psicologo affronta direttamente il tema della felicità. Ma anche qui emerge una considerazione interessante: la felicità non può essere ridotta semplicemente al piacere.
Se fosse così, una vita buona sarebbe soltanto una vita nella quale cerchiamo di accumulare il maggior numero possibile di sensazioni piacevoli.
Ma l'esperienza umana ci dice qualcosa di diverso.
Possiamo essere impegnati per mesi in un progetto difficile e provare fatica, frustrazione e perfino momenti di sconforto, continuando tuttavia a percepire ciò che stiamo facendo come importante.
Un genitore può affrontare sacrifici per i propri figli. Uno studente può trascorrere anni studiando prima di raggiungere un obiettivo. Un ricercatore può dedicare una parte enorme della propria vita a una domanda alla quale forse non troverà mai una risposta definitiva.
Non sono necessariamente vite caratterizzate dal piacere continuo. Eppure possono essere vite profondamente soddisfacenti.
È proprio questo che porta Seligman a spostare progressivamente l'attenzione dalla semplice "felicità" al concetto più ampio di benessere.
Nel libro Flourish, pubblicato nel 2011, questa prospettiva viene sintetizzata nel famoso modello PERMA.
La prima lettera indica le Positive Emotions, cioè le emozioni positive. Gioia, gratitudine, serenità, speranza e soddisfazione possono contribuire al benessere.
Ma non costituiscono l'intera vita psicologica di una persona.
La seconda lettera è la E di Engagement, il coinvolgimento. È quella particolare condizione nella quale siamo completamente assorbiti da ciò che stiamo facendo. Leggere un libro, suonare uno strumento, scrivere, progettare, lavorare, studiare o praticare uno sport possono diventare esperienze nelle quali perdiamo quasi la percezione del tempo.
È il territorio del cosiddetto flow, concetto sviluppato soprattutto da Mihaly Csikszentmihalyi.
Quando le nostre capacità vengono utilizzate intensamente e l'attività ci coinvolge, possiamo sperimentare una forma particolare di concentrazione e di partecipazione.
La R di PERMA indica invece le Relationships, le relazioni.
Qui il messaggio è forse ancora più evidente. È difficile immaginare una vita pienamente soddisfacente senza rapporti umani significativi. Possiamo avere successo professionale, denaro e riconoscimenti, ma se siamo completamente privi di relazioni profonde qualcosa può mancare.
L'essere umano non costruisce il proprio benessere esclusivamente dentro di sé. Lo costruisce anche attraverso gli altri.
Poi c'è la M, Meaning: il significato.
È probabilmente uno degli aspetti più profondi della teoria di Seligman. Una persona può essere felice per una sera, per una settimana o per un periodo della propria vita. Ma una domanda diversa è: "Per che cosa sto vivendo?"
Il significato riguarda proprio questa dimensione.
Può derivare dalla famiglia, dal lavoro, dalla conoscenza, dalla creatività, dall'aiuto agli altri, dalla ricerca, dall'educazione o dalla partecipazione alla vita della propria comunità.
Una vita significativa non deve necessariamente essere una vita priva di difficoltà. Al contrario, può contenere sacrificio e sofferenza.
La differenza sta nel fatto che quella sofferenza viene percepita come inserita dentro qualcosa che consideriamo importante.
Infine troviamo la A di Accomplishment, la realizzazione. Anche raggiungere obiettivi contribuisce al nostro benessere. Imparare qualcosa, completare un progetto, superare una difficoltà o sviluppare una capacità produce la sensazione di aver fatto un passo avanti.
Non è necessario conquistare il mondo.
A volte la realizzazione può essere molto semplice: imparare a suonare una canzone, terminare un libro che si voleva leggere da tempo, scrivere un articolo, migliorare una competenza, mantenere una promessa fatta a se stessi.
In questo senso, la psicologia positiva ci invita a cambiare una domanda.
Invece di chiederci soltanto "Che cosa c'è che non va in me?", possiamo domandarci anche "Che cosa funziona in me e come posso svilupparlo?"
Questa idea è al centro del lavoro di Seligman e Christopher Peterson sulle forze del carattere.
Nel volume Character Strengths and Virtues, pubblicato nel 2004, i due studiosi hanno cercato di classificare le caratteristiche positive che possono contribuire al buon funzionamento della persona.
Tra queste troviamo qualità come curiosità, creatività, coraggio, perseveranza, onestà, gentilezza, gratitudine, capacità di perdonare e autocontrollo.
L'idea non è quella di costruire un individuo perfetto. Nessuno possiede tutte queste qualità allo stesso livello.
Il punto è riconoscere le proprie caratteristiche e capire come utilizzarle nella vita concreta.
Una persona particolarmente curiosa può trasformare questa caratteristica in una spinta verso la conoscenza. Una persona perseverante può utilizzarla per affrontare un progetto difficile. Una persona capace di ascoltare può costruire relazioni profonde proprio attraverso questa qualità.
La psicologia positiva diventa così anche una psicologia delle possibilità.
Non guarda soltanto alla persona per quello che è oggi, ma cerca di comprendere ciò che potrebbe diventare attraverso l'utilizzo delle proprie risorse.
Questo non significa però che dobbiamo vivere cercando continuamente di essere felici.
È forse questa la lezione più importante da ricordare.
Una vita umana comprende inevitabilmente tristezza, perdita, fallimento, malattia, solitudine e incertezza. Cercare di eliminare completamente queste esperienze sarebbe irrealistico.
La psicologia positiva non propone quindi una fuga dalla realtà, ma una domanda diversa: come possiamo costruire una vita nella quale anche le difficoltà possano essere affrontate con risorse, relazioni, obiettivi e significati?
Ed è qui che il pensiero di Seligman torna a incontrare la filosofia.
La domanda "che cosa significa vivere bene?" è antichissima. Aristotele, per esempio, aveva collegato la vita buona alla eudaimonia, cioè alla fioritura dell'essere umano attraverso lo sviluppo delle proprie capacità e l'esercizio delle virtù.
Seligman affronta la questione da una prospettiva psicologica e scientifica contemporanea, ma il problema di fondo presenta una sorprendente continuità.
Non basta chiedersi come evitare di stare male.
Occorre anche chiedersi che cosa vogliamo costruire nella nostra vita.
Possiamo allora leggere la psicologia positiva non come un invito superficiale a "pensare positivo", ma come un tentativo di comprendere scientificamente le condizioni che favoriscono il benessere umano.
E forse il suo messaggio più interessante è proprio questo: la felicità non è necessariamente uno stato permanente da raggiungere una volta per tutte. Il benessere può essere pensato come un processo nel quale entrano emozioni positive, coinvolgimento, relazioni, significato e realizzazione.
Alla fine, la domanda di Seligman non è semplicemente "come posso essere felice?"
È una domanda più ampia e più difficile:
come posso costruire una vita nella quale senta di esserci veramente?
È una domanda che la psicologia può studiare, ma alla quale ogni persona deve inevitabilmente dare la propria risposta.
Fonti e bibliografia
- Seligman, M. E. P., & Csikszentmihalyi, M. (2000), Positive Psychology: An Introduction, American Psychologist, 55(1), 5–14.
- Seligman, M. E. P. (1991), Learned Optimism, New York, Knopf.
- Seligman, M. E. P. (2002), Authentic Happiness: Using the New Positive Psychology to Realize Your Potential for Lasting Fulfillment, New York, Free Press.
- Seligman, M. E. P., & Peterson, C. (2004), Character Strengths and Virtues: A Handbook and Classification, Oxford University Press / American Psychological Association.
- Seligman, M. E. P., Steen, T. A., Park, N., & Peterson, C. (2005), Positive Psychology Progress: Empirical Validation of Interventions, American Psychologist, 60(5), 410–421.
- Seligman, M. E. P. (2011), Flourish: A Visionary New Understanding of Happiness and Well-being, New York, Free Press.
- Positive Psychology Center, University of Pennsylvania, materiali e ricerche sulla psicologia positiva.

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