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mercoledì 23 settembre 2026

Oltre la gabbia della prestazione: il benessere del vivere secondo Byung-Chul Han

✦ Chiave di lettura

Siamo padroni o schiavi della nostra stessa efficienza? Nel vortice della società della prestazione, la vera rivoluzione per il nostro benessere non è fare di più, ma riscoprire il coraggio della lentezza, del silenzio e della contemplazione.



Viviamo immersi in un paradosso esistenziale curioso e doloroso. Ci consideriamo la generazione più libera, emancipata e padrona del proprio destino che la storia umana abbia mai conosciuto. 

Non subiamo più i rigidi dogmi delle società disciplinari del passato, non abbiamo catene visibili, né padroni che ci impongano turni massacranti con la forza della coercizione. 

Eppure, camminiamo per le strade con le spalle curve, intrappolati in una stanchezza cronica che non è soltanto fisica, ma profonda, esistenziale, sradicata dal sonno ristoratore.

A diagnosticare con spietata lucidità questa condizione è il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han. 

Attraverso una riflessione tagliente, che affonda le radici nella critica della modernità, Han ci mostra come il vero pericolo per il nostro benessere non provenga più da un nemico esterno o da un'autorità repressiva, ma dal nostro stesso imperativo interiore di realizzazione. 

Comprendere il suo pensiero significa compiere un viaggio radicale verso il recupero di un autentico benessere del vivere, slegato dalle logiche spietate del profitto e della performance.

Per comprendere dove si sia smarrito il nostro benessere, Han ci invita a osservare il mutamento strutturale della società. 


Michel Foucault aveva descritto la società disciplinare dei secoli passati come un mondo di istituzioni restrittive – caserme, scuole-convento, fabbriche, ospedali e manicomi – fondate sul divieto, sul controllo e sulla negatività del "Tu devi". 


Era un sistema duro, che generava opposizione, conflitti e, nei casi limite, figure di trasgressori o folli.


Oggi quell’architettura repressiva è stata smantellata in nome del progresso economico e della flessibilità. 

Siamo entrati nella società della prestazione. Al vecchio "Dovere" si è sostituito il verbo modale del neoliberismo: il "Potere". 

Lo slogan collettivo è diventato l'invito a realizzarsi, a credere che tutto sia possibile ("Yes, we can"), a flessibilizzarsi e a ottimizzare ogni minuto della propria esistenza.

A un primo sguardo, questa transizione appare come una magnifica conquista di libertà. 

Nessuno ci costringe a lavorare sedici ore al giorno; siamo noi a farlo, convinti di inseguire i nostri sogni, di valorizzare il nostro talento, di esprimerci appieno. 

Ma è qui che si cela l'inganno perverso svelato da Han: la libertà e la costrizione sono venute a coincidere. 

Il soggetto moderno si trasforma in un carnefice di se stesso. Sfrutta se stesso volontariamente, illudendosi di essere un imprenditore della propria vita, mentre in realtà è al tempo stesso padrone e schiavo. 

Non c'è più bisogno di un controllore esterno perché l'efficienza è interiorizzata: la frustrazione e l'ansia da prestazione non possono essere scagliate contro un capo tiranno, ma si rivoltano interamente contro il soggetto stesso, sfociando nel collasso psicologico.

Le conseguenze di questo auto-sfruttamento sistemico sul nostro benessere psicofisico sono evidenti. 


Per decenni l'umanità ha dovuto difendersi da minacce esterne, immunologiche – dai batteri ai nemici geopolitici. 


Oggi le grandi patologie che affliggono l'individuo non sono di natura virale o batteriologica, bensì neuronale: la sindrome da burnout, la depressione, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD).


Queste malattie non nascono da una carenza o da un'aggressione esterna, ma da un eccesso di positività. 

L'ipercomunicazione, l'iperproduzione e l'iperattività saturano la nostra mente, impedendole di elaborare alcunché. 

Viviamo in un flusso costante di stimoli digitali che frammentano l'attenzione. 
Lo "sciame digitale" descritto da Han è composto da individui isolati che gridano le proprie opinioni sui social media ma sono incapaci di vera comunione, di ascolto reciproco o di silenzio.

In questo scenario, il riposo ha smesso di essere un diritto sacro e si è trasformato in un motivo di profonda colpa. 

Quando ci sediamo su un divano a "non fare nulla", una voce interiore – figlia del sistema performativo – ci sussurra che stiamo sprecando tempo, che dovremmo produrre, leggere un saggio di crescita personale, controllare le email o allenarci. 

Persino il tempo libero è colonizzato dal lavoro e dalla necessità di mostrare una vita impeccabile. 

La stanchezza che ne deriva non è la sana spossatezza fisica di una giornata all'aperto che concilia il sonno, ma una stanchezza mortifera e isolante, che taglia i ponti con la comunità e con la gioia di esistere.

Se la diagnosi di Byung-Chul Han è impietosa, la sua filosofia racchiude tuttavia una chiamata alla liberazione e alla cura del sé. 


Per ritrovare un autentico benessere del vivere, dobbiamo avere il coraggio di reintrodurre nella nostra esistenza ciò che il neoliberismo ha bandito: la negatività, ovvero tutto ciò che non è produttivo, misurabile o utile.


Han richiama l'importanza della vita contemplativa (mutuando la riflessione di Hannah Arendt).


L'essere umano non è un semplice animal laborans destinato all'agitazione perpetua. 

Abbiamo bisogno di riscoprire la noia profonda, quella "noia profonda" che, come un sonno della mente, permette alle idee di germogliare e all'anima di respirare. 

Saper indugiare senza uno scopo (decelerare) è l'atto di ribellione più grande che possiamo compiere contro la dittatura del rendimento.

Non tutte le stanchezze sono uguali. A quella depressiva e isolante dell'Io oberato di impegni, Han contrappone una stanchezza che unisce, una stanchezza che definisce il "cordiale disarmo": la stanchezza del Noi. 

È la quiete che sopraggiunge quando ci spogliamo delle nostre armature narcisistiche e accettiamo la nostra vulnerabilità, riconoscendo che non siamo autosufficienti. 

È la stanchezza condivisa che nasce dall'incontro autentico con gli altri, dalla conversazione lenta, dal contatto con la natura.

Contro l'accumulo bulimico di informazioni prive di senso, l'uomo ha bisogno di ritrovare il filo della narrazione. 

La nostra memoria e la nostra identità non sono un database di dati da aggiornare, ma una storia da custodire e raccontare. 

Il silenzio non è assenza di suoni, ma uno spazio sacro in cui l'Altro – il mistero del mondo, la bellezza non pianificata – può finalmente manifestarsi senza che noi pretendiamo di consumarlo o dominarlo.

In definitiva, la lezione di Byung-Chul Han ci restituisce una prospettiva di inestimabile valore per il nostro benessere quotidiano: la vera salute non risiede nell'essere perfettamente adattati a una società malata di iperattività, bensì nella capacità di disubbidire all'imperativo del "più veloce, più forte, più efficiente".


Riconquistare il benessere significa accettare la lentezza, riappropriarsi del proprio tempo interiore, concedersi il lusso di camminare senza una meta precisa (alla maniera del flâneur) e comprendere che il valore di una vita umana non si misura in base agli indici di produttività o agli obiettivi spuntati in un'agenda, ma nella capacità di abitare il presente con meraviglia, silenzio e gratitudine.
  • Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Milano, 2020.
  • Han, Byung-Chul, La soppressione dell'altro, Nottetempo, Milano, 2023.
  • Arendt, Hannah, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 2017.
  • Ehrenberg, Alain, La fatica di essere sé stessi. Depressione e società, Einaudi, Torino, 2010.

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