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giovedì 26 giugno 2025

Il dolore: da Caravaggio alla medicina moderna, perché abbiamo bisogno di sentirlo


 

Quando l'uomo cominciò a interrogarsi sulla propria esistenza, il dolore era già lì.

Molto prima dei laboratori, della neurologia, della farmacologia e delle moderne tecnologie diagnostiche, una ferita, una bruciatura, una caduta o una malattia ponevano la stessa domanda: perché il corpo fa male?

Il dolore è stato interpretato in modi diversi nel corso dei secoli.

È stato considerato una punizione, un avvertimento, una prova, una manifestazione dell'anima, un fenomeno del corpo e, più recentemente, una complessa esperienza biologica e psicologica.

Oggi sappiamo che il dolore non è semplicemente il segnale di una lesione.

È un'esperienza molto più complessa, nella quale interagiscono sistema nervoso, corpo, emozioni, esperienze precedenti e ambiente. L'International Association for the Study of Pain definisce infatti il dolore come un'esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata, o simile a quella associata, a un danno tissutale reale o potenziale.

Questa definizione moderna ci aiuta a comprendere quanto sia affascinante la storia del dolore.


Caravaggio e l'istante in cui il dolore esplode

Uno dei modi più suggestivi per comprendere la reazione immediata al dolore è guardare un'opera d'arte.

Nel celebre “Ragazzo morso da un ramarro”, Caravaggio rappresenta un giovane colto nell'istante preciso in cui un piccolo animale gli morde un dito.

Il volto registra sorpresa, tensione e dolore.

Non vediamo soltanto l'evento.

Vediamo la reazione dell'uomo all'evento.

La National Gallery di Londra descrive proprio il dipinto come la rappresentazione di un giovane che reagisce improvvisamente al morso della lucertola; l'opera fu probabilmente realizzata a Roma a metà degli anni Novanta del Cinquecento.

È quasi una fotografia ante litteram di quello che accade quando il sistema nervoso riceve uno stimolo potenzialmente dannoso.

Prima ancora di ragionare, il corpo reagisce.

La mano si ritrae.

I muscoli si contraggono.

L'attenzione si concentra completamente sulla fonte del pericolo.

Il dolore, in questo senso, è anche un meccanismo di sopravvivenza.


Milton e il dolore nel Paradiso perduto

Qualche decennio più tardi, John Milton affrontò il problema della sofferenza all'interno di una visione profondamente religiosa e poetica.

Il Paradiso perduto, pubblicato per la prima volta nel 1667 in dieci libri, racconta la caduta dell'uomo e le sue conseguenze. L'edizione del 1674 fu poi divisa nei dodici libri che conosciamo oggi.

Il dolore e la sofferenza attraversano il poema.

Milton presenta immagini potentissime della malattia, della sofferenza fisica e della morte. In particolare, nel Libro XI, Adamo vede in una visione le conseguenze della caduta dell'umanità: malattie, convulsioni, dolore e morte.

È importante però non semplificare la sua idea sostenendo che Milton attribuisse semplicemente il dolore alla presenza dei demoni dentro il corpo dell'uomo.

Il suo poema propone una visione teologica e poetica della sofferenza, nella quale peccato, caduta, morte e dolore sono collegati all'ordine spirituale della narrazione.

Il dolore, dunque, non è ancora un problema esclusivamente medico.

È una domanda sul significato dell'esistenza.


Cartesio e la trasformazione del dolore in un problema scientifico

Con il Seicento cambia progressivamente il modo di guardare al corpo.

René Descartes, o Cartesio, fu uno dei protagonisti della nuova filosofia naturale e cercò di interpretare diversi fenomeni corporei attraverso meccanismi fisici.

Il suo Traité de l'homme, concepito nel Seicento e rimasto inedito per molti anni, fu pubblicato dopo la sua morte: una versione latina apparve nel 1662, mentre l'edizione francese seguì nel 1664.

Il testo è importante nella storia della fisiologia perché propone una concezione meccanicistica di numerose funzioni del corpo.

Il punto interessante è proprio questo passaggio:

il dolore comincia a essere studiato non soltanto come esperienza soggettiva, ma anche come fenomeno fisiologico.

Il corpo diventa qualcosa che può essere osservato, descritto e interpretato attraverso anatomia e fisiologia.

È una trasformazione fondamentale nella storia della medicina.


Golgi e Cajal: la rivoluzione del sistema nervoso

Nell'Ottocento la conoscenza del sistema nervoso fece enormi passi avanti.

Due nomi sono particolarmente importanti:

Camillo Golgi

e

Santiago Ramón y Cajal.

Nel 1906 entrambi ricevettero il Premio Nobel per la Fisiologia o Medicina per il loro lavoro sulla struttura del sistema nervoso.

Golgi aveva sviluppato una straordinaria tecnica di impregnazione con sali d'argento, nota come reazione nera, capace di rendere visibili alcune cellule nervose con una chiarezza allora rivoluzionaria. Cajal utilizzò e perfezionò quella tecnica per studiare l'organizzazione del sistema nervoso e fornire una quantità enorme di osservazioni a sostegno della teoria neuronale.

È importante correggere un'altra imprecisione presente nel testo originale.

Camillo Golgi non scoprì il reticolo endoplasmatico.

Il suo nome è legato invece all'apparato di Golgi, una struttura cellulare identificata nelle cellule attraverso le sue ricerche.

E il Nobel del 1906 non fu assegnato specificamente per la scoperta delle vie del dolore, ma per il lavoro sulla struttura del sistema nervoso.

Queste scoperte crearono però le basi per comprendere sempre meglio come le informazioni sensoriali vengano raccolte, trasmesse e interpretate dal sistema nervoso.


Dalla sensazione alla moderna medicina del dolore

Oggi lo studio del dolore coinvolge numerose discipline.

Neurologia, anestesiologia, farmacologia, psicologia, fisiologia e riabilitazione contribuiscono alla comprensione e al trattamento delle sindromi dolorose.

La medicina del dolore non si occupa semplicemente di “eliminare il dolore”.

Deve cercare innanzitutto di capire perché il dolore è presente.

Un dolore causato da una frattura è diverso dal dolore associato a una neuropatia.

Il dolore postoperatorio è diverso da quello cronico.

Una cefalea è diversa dal dolore provocato da un'infiammazione articolare.

La terapia deve quindi essere adattata alla causa e alla persona.


Il dolore è sempre proporzionato alla lesione?

No.

Ed è una delle scoperte più importanti della moderna scienza del dolore.

Potremmo immaginare una relazione semplice:

lesione maggiore = dolore maggiore

lesione minore = dolore minore.

Ma il corpo umano non funziona sempre così.

Una persona può avere una lesione relativamente piccola e provare un dolore molto intenso.

Un'altra può presentare alterazioni fisiche importanti con un dolore relativamente modesto.

Questo accade perché il dolore non è una semplice fotografia del danno tissutale.

Il cervello integra informazioni provenienti dal corpo con emozioni, attenzione, memoria, esperienze precedenti e contesto.

La definizione dell'IASP sottolinea proprio che il dolore è influenzato, in misura variabile, da fattori biologici, psicologici e sociali.


Il dolore è una forma di protezione

Possiamo allora tornare alla domanda fondamentale:

a cosa serve il dolore?

In moltissime situazioni serve a proteggerci.

Se tocchiamo accidentalmente una superficie rovente, il dolore contribuisce a farci ritirare immediatamente la mano.

Se ci procuriamo una ferita, la sensazione dolorosa ci invita a proteggere quella parte del corpo.

Se una caviglia è gravemente lesionata, il dolore può limitare il movimento e favorire un comportamento di protezione.

Il dolore, quindi, può funzionare come un sistema di allarme.

Ma “allarme” non significa necessariamente “misuratore perfetto del danno”.

Un allarme può diventare troppo sensibile.

Ed è proprio questo che può accadere nel dolore persistente.


Quando l'allarme continua a suonare

Il dolore acuto ha spesso una funzione protettiva.

Il dolore cronico, invece, può diventare una condizione che persiste anche dopo la guarigione della lesione iniziale o in assenza di un danno facilmente identificabile.

A quel punto il problema non è più semplicemente:

“Dove si trova la lesione?”

ma diventa:

“Perché il sistema del dolore continua a produrre questa esperienza?”

In questi casi il sistema nervoso può andare incontro a modificazioni che mantengono o amplificano la sensibilità dolorosa.

È uno dei motivi per cui il dolore cronico richiede spesso un approccio multidisciplinare.


Possiamo vivere senza dolore?

Esistono rarissime condizioni genetiche nelle quali la percezione del dolore fisico è profondamente ridotta o assente.

Una di queste è la congenital insensitivity to pain.

Le persone affette possono non percepire il dolore provocato da ustioni, ferite o fratture. Questo comporta un rischio enorme: lesioni importanti possono non essere riconosciute e trattate tempestivamente.

Il NIH sottolinea che queste persone possono accumulare ferite, ustioni, fratture e altre lesioni non percepite, con conseguenze gravi e, in alcuni casi, riduzione dell'aspettativa di vita.

Questo dimostra qualcosa di fondamentale.

Il dolore può essere terribile, ma la sua completa assenza è altrettanto pericolosa.

Non è quindi corretto considerare il dolore come un semplice nemico.

È un sistema biologico che normalmente svolge una funzione protettiva.


Ma allora perché esiste il dolore cronico?

Qui emerge il paradosso.

Il sistema che normalmente protegge l'organismo può diventare esso stesso parte del problema.

Quando il dolore persiste oltre il normale periodo di guarigione oppure si mantiene senza una chiara relazione con una lesione attuale, può perdere parte della sua funzione protettiva.

Diventa allora necessario intervenire non soltanto sul sintomo, ma sul complesso di fattori che lo mantengono.

Per questo la medicina contemporanea non considera il dolore esclusivamente come un fenomeno fisico.

Anche sonno, stress, paura del movimento, isolamento sociale e stato emotivo possono influenzarne la percezione e il modo in cui la persona convive con la condizione dolorosa.

Questo non significa che “il dolore sia tutto nella testa”.

Significa esattamente il contrario:

il dolore coinvolge realmente il cervello e l'intero sistema nervoso, oltre ai tessuti del corpo.


Dolore e omeostasi: una relazione da comprendere meglio

Il termine omeostasi indica la capacità dell'organismo di mantenere relativamente stabili le proprie condizioni interne nonostante le variazioni dell'ambiente.

Temperatura, pressione, equilibrio idrico e molti altri parametri sono regolati continuamente.

Il dolore non è semplicemente un “organo dell'omeostasi”, ma partecipa a importanti risposte protettive e comportamentali.

Quando un organismo subisce una minaccia, la sensazione dolorosa può modificare il comportamento: ci allontaniamo dal pericolo, proteggiamo una parte del corpo, cerchiamo riposo o assistenza.

In questo senso il dolore collabora con i sistemi che permettono all'organismo di mantenere la propria integrità.


Il dolore non è soltanto un problema del corpo

Qui la medicina contemporanea incontra un'intuizione che filosofi e artisti avevano già affrontato in altro modo.

Il dolore è corporeo, ma viene anche vissuto.

Ha una componente sensoriale.

Ha una componente emotiva.

Ha una componente cognitiva.

E può avere conseguenze sociali.

Una persona con dolore persistente può dormire male, lavorare con difficoltà, ridurre i rapporti sociali e modificare progressivamente le proprie abitudini.

Ecco perché studiare il dolore significa studiare contemporaneamente il corpo e la persona.


Dall'arte alla neuroscienza

Potremmo allora tornare al volto del giovane dipinto da Caravaggio.

Quel ragazzo non ci mostra soltanto un dito morso.

Ci mostra qualcosa di universale:

la sorpresa del pericolo, la contrazione del corpo, la paura, l'attenzione improvvisa e la sofferenza.

Quattro secoli dopo possiamo descrivere quei fenomeni attraverso recettori sensoriali, fibre nervose, midollo spinale, cervello, neurotrasmettitori e circuiti di elaborazione.

Ma il problema fondamentale rimane sorprendentemente simile.

Che cosa significa provare dolore?

La scienza ha fatto enormi progressi nel descrivere i meccanismi.

La filosofia e l'arte continuano invece a ricordarci che una descrizione fisiologica non esaurisce l'esperienza umana.


Conclusione

Il dolore è uno dei fenomeni più antichi e universali dell'esistenza.

Lo abbiamo raccontato attraverso miti, religioni, filosofia e arte prima ancora di riuscire a comprenderne i meccanismi biologici.

Caravaggio ha rappresentato l'istante in cui il corpo reagisce al dolore. Milton ne ha esplorato il significato all'interno della sofferenza umana. Cartesio ha contribuito alla nascita di una visione meccanicistica della fisiologia. Golgi e Cajal hanno rivoluzionato la conoscenza della struttura del sistema nervoso. La medicina contemporanea ha trasformato queste conoscenze in una disciplina sempre più specializzata.

Eppure il dolore conserva ancora una parte del suo mistero.

Sappiamo che può proteggerci.

Sappiamo che può diventare cronico.

Sappiamo che non coincide necessariamente con l'entità di una lesione.

Sappiamo che viene influenzato da corpo, cervello, emozioni e ambiente.

E sappiamo anche, grazie alle rare persone che nascono incapaci di percepirlo, che un organismo completamente privo del dolore sarebbe tutt'altro che un organismo perfetto.

Forse il modo più corretto di guardare al dolore non è quindi considerarlo semplicemente un nemico.

È un messaggio.

A volte il messaggio indica un pericolo immediato.

A volte segnala che qualcosa deve essere approfondito.

Altre volte, soprattutto nel dolore cronico, il sistema di allarme continua a funzionare anche quando la situazione è diventata molto più complessa.

La medicina non può promettere di cancellare ogni dolore.

Può però cercare di ascoltarlo, comprenderlo e trattarlo, restituendo alla persona la possibilità di vivere con maggiore libertà e autonomia.


⚠️ Informazione importante

Questo articolo ha esclusivamente finalità informative e divulgative e non costituisce diagnosi, prescrizione o indicazione terapeutica.

Il dolore persistente, intenso, improvviso o associato ad altri sintomi importanti deve essere valutato da un professionista sanitario. Una persona non dovrebbe modificare autonomamente terapie analgesiche o sospendere farmaci prescritti.


Fonti e approfondimenti

  • International Association for the Study of Pain (IASP) – definizione contemporanea del dolore e note esplicative.
  • Nobel Prize – Physiology or Medicine 1906 – Camillo Golgi e Santiago Ramón y Cajal, premiati per gli studi sulla struttura del sistema nervoso.
  • Leiden University – Descartes' L'Homme – storia della composizione e della pubblicazione postuma del Traité de l'homme.
  • Cambridge Descartes Lexicon – Treatise on Man – ruolo del Traité de l'homme nella fisiologia cartesiana.
  • National Gallery, London – Caravaggio, Boy bitten by a Lizard – informazioni sull'opera e sulla rappresentazione della reazione al dolore.
  • NIH MedlinePlus Genetics – Congenital insensitivity to pain – caratteristiche e conseguenze dell'insensibilità congenita al dolore.

 

lunedì 2 giugno 2025

Olio extravergine di oliva Coratina: polifenoli, proprietà e cosa dice davvero la scienza


L'olio extravergine di oliva è uno degli alimenti simbolo della dieta mediterranea e presenta una composizione particolarmente interessante dal punto di vista nutrizionale.

Tra le numerose cultivar italiane, la Coratina si distingue spesso per l'elevata presenza di composti fenolici, sostanze responsabili anche di alcune caratteristiche sensoriali tipiche dell'olio, come l'amaro e la piccantezza.

Ma quanto possiamo realmente dire sui suoi benefici?

La risposta è interessante, purché si separino le proprietà documentate dalle promesse che talvolta accompagnano il marketing dell'olio.

La Coratina è davvero ricca di polifenoli

La quantità di composti fenolici presenti nell'olio dipende da numerosi fattori: cultivar, maturazione delle olive, clima, irrigazione, tecniche di estrazione e conservazione.

La Coratina è comunque una delle cultivar note per il suo elevato contenuto fenolico. In uno studio su oli italiani sono stati rilevati valori compresi tra circa 688 e 1039 mg/kg, in funzione del momento della raccolta.

Un'altra ricerca su oli monovarietali ha confermato la particolare ricchezza fenolica della Coratina rispetto ad alcune altre cultivar studiate.

Questo però non significa che ogni bottiglia di Coratina abbia automaticamente 700–1000 mg/kg.

Il contenuto può variare considerevolmente.


Che cosa dice realmente l'EFSA?

Qui è necessaria una precisazione importante.

Non esiste una definizione EFSA di olio “nutraceutico” basata su una soglia di 350 mg/kg di polifenoli.

Esiste invece un'indicazione sulla salute autorizzata a livello europeo per i polifenoli dell'olio d'oliva.

L'indicazione può essere utilizzata quando l'olio contiene almeno 5 mg di idrossitirosolo e suoi derivati per 20 g di olio e riguarda il contributo alla protezione dei lipidi del sangue dallo stress ossidativo.

Quindi è preferibile parlare di olio ricco di composti fenolici e non di “olio nutraceutico” come categoria ufficiale.


I polifenoli: perché sono interessanti?

I polifenoli sono composti bioattivi presenti nelle olive e nell'olio extravergine.

Sono studiati per le loro proprietà antiossidanti e per altre attività biologiche.

La normativa europea riconosce, alle condizioni previste, l'indicazione relativa alla protezione dei lipidi del sangue dallo stress ossidativo.

Bisogna però evitare di trasformare questa informazione in una lista di presunti effetti terapeutici.

Nel 2025 EFSA ha esaminato anche una richiesta relativa alla possibilità di affermare che i polifenoli dell'olio d'oliva riducano LDL e pressione arteriosa.

La conclusione è stata che non era stata stabilita una relazione causa-effetto per questi effetti.

Questo è un ottimo esempio di come la ricerca scientifica debba essere interpretata con prudenza.


Oleocantale: il composto che “pizzica” in gola

Uno dei componenti fenolici più interessanti dell'olio extravergine è l'oleocantale.

È associato alla caratteristica sensazione di pizzicore che alcuni oli producono soprattutto nella gola.

Questa proprietà è stata studiata anche dal punto di vista farmacologico.

Uno studio pubblicato su Nature ha mostrato che oleocantale e ibuprofene condividono un'azione sugli enzimi cicloossigenasi (COX) coinvolti nella produzione delle prostaglandine.

Da qui nasce il paragone spesso citato tra oleocantale e ibuprofene.

Ma attenzione:

una similitudine farmacologica a livello molecolare non significa che l'olio extravergine sia un farmaco equivalente all'ibuprofene.

Non significa nemmeno che bere olio di Coratina possa sostituire un farmaco antinfiammatorio.

E soprattutto l'ibuprofene non viene ricavato dall'olio di Coratina.


La Coratina è quindi un “antinfiammatorio naturale”?

È più corretto parlare di potenziale attività biologica dei suoi composti fenolici.

Studi di laboratorio e preclinici hanno mostrato proprietà interessanti dell'oleocantale e di altri composti dell'olio extravergine. Sono stati studiati anche possibili effetti nei processi infiammatori e in ambiti come neurodegenerazione e tumori.

Ma queste osservazioni non autorizzano a dire che l'olio Coratina prevenga Alzheimer, curi l'infiammazione o combatta il cancro.

Per questi effetti sono necessarie prove cliniche molto più solide.


L'acido oleico

Un'altra caratteristica importante dell'olio extravergine è l'elevata presenza di acido oleico, un acido grasso monoinsaturo.

Questo contribuisce a rendere l'olio d'oliva un alimento caratteristico della dieta mediterranea.

La FDA ha inoltre riconosciuto una qualified health claim secondo la quale la sostituzione dei grassi saturi con grassi monoinsaturi provenienti dall'olio d'oliva può contribuire a ridurre il rischio di malattia coronarica, nell'ambito delle condizioni previste dalla relativa comunicazione.

Il messaggio più corretto non è quindi:

“l'acido oleico abbassa sicuramente l'LDL”.

È piuttosto:

sostituire parte dei grassi saturi con grassi monoinsaturi può contribuire a un profilo alimentare cardiovascolarmente più favorevole.


Raccolta ed estrazione

La qualità dell'olio dipende anche da ciò che avviene nel frantoio.

La raccolta, il trasporto e la lavorazione delle olive influenzano la composizione finale dell'olio.

Una lavorazione tempestiva dopo la raccolta può contribuire a preservarne la qualità.

Anche la temperatura di lavorazione è importante.

Secondo la normativa europea, la dicitura “estratto a freddo” può essere utilizzata per oli vergini o extravergini ottenuti a temperatura inferiore a 27 °C mediante percolazione o centrifugazione della pasta di olive.

Quindi non è corretto indicare 30 °C come limite per poter parlare di estrazione a freddo.


Il colore dell'olio non indica automaticamente la qualità

Il consumatore tende talvolta ad associare il colore verde intenso a un olio migliore.

Non è un criterio affidabile.

Il colore dipende, tra le altre cose, dai pigmenti presenti nell'olio e non consente da solo di stabilire qualità, freschezza o contenuto fenolico.

Per questo motivo nelle valutazioni professionali dell'olio il colore non rappresenta il parametro principale.

Molto più importanti sono le caratteristiche chimiche e soprattutto quelle organolettiche previste dalla normativa.


Come conservare bene l'olio

L'olio extravergine è sensibile a luce, ossigeno e calore.

Per questo è preferibile conservarlo:

  • lontano dalla luce diretta;
  • in un luogo fresco;
  • ben chiuso;
  • lontano da fonti di calore.

Una bottiglia scura o un contenitore che protegga dalla luce rappresenta quindi una scelta generalmente preferibile.

Ma non è corretto stabilire che una bottiglia trasparente contenga necessariamente olio contraffatto.


Il prezzo non permette di identificare una frode

Anche questa parte del testo originale va corretta.

Un olio venduto a prezzo molto basso può naturalmente sollevare interrogativi sulla qualità o sull'origine, ma non possiamo stabilire dalla sola cifra che si tratti di olio raffinato o contraffatto.

La qualità si verifica attraverso etichettatura, caratteristiche chimiche, conformità normativa e analisi appropriate.

Il prezzo da solo non è una prova.


E la frittura?

Qui bisogna evitare un altro falso mito.

Non esiste una regola secondo cui la Coratina avrebbe il punto di fumo più basso e quindi dovrebbe essere utilizzata o evitata per questo motivo.

Il comportamento di un olio durante la cottura dipende dalla sua composizione e dalle condizioni di utilizzo.

Inoltre non è corretto dire che gli oli di semi siano genericamente dannosi per il sistema cardiovascolare.

Gli oli vegetali sono un gruppo molto eterogeneo e la valutazione nutrizionale dipende dal tipo di acidi grassi, dalla quantità e dal modo in cui vengono utilizzati.


E l'acrilammide?

Anche questo punto richiede una correzione.

L'acrilammide è un contaminante che può formarsi durante la cottura ad alte temperature soprattutto in alimenti ricchi di amido, come patate e prodotti da forno.

Non è corretto presentarla semplicemente come una sostanza che si forma perché si frigge con un determinato olio.

Per questo eliminerei completamente dal post l'affermazione secondo cui l'olio di semi produrrebbe “composti acrilici” responsabili di danni cardiovascolari ed epatici.


Quanto olio extravergine consumare?

Non esiste un unico quantitativo minimo e massimo valido per tutti.

Il fabbisogno dipende dall'intera alimentazione, dal fabbisogno energetico individuale e dagli altri grassi presenti nella dieta.

I 20 g citati nella normativa europea non rappresentano un limite minimo giornaliero per tutti: sono la quantità indicata nelle condizioni di utilizzo dell'health claim sui polifenoli dell'olio d'oliva.

Quindi eviterei di scrivere:

“20 g sono il minimo e 40 g il massimo”.


La Coratina merita quindi attenzione?

Sì.

La Coratina è una cultivar particolarmente interessante per la sua composizione fenolica ed è stata studiata per l'elevata concentrazione di composti bioattivi. Alcuni studi riportano valori fenolici molto elevati, soprattutto quando le olive vengono raccolte in determinate fasi di maturazione.

Ma il contenuto effettivo dipende dal singolo olio.

Non basta leggere “Coratina” sull'etichetta per conoscere automaticamente il contenuto di polifenoli.

La variabilità può essere notevole anche all'interno della stessa cultivar. Il database nazionale degli oli monovarietali mostra infatti un'ampia distribuzione dei valori per la Coratina.


In conclusione

La Coratina è una cultivar di grande interesse, soprattutto per il suo elevato potenziale fenolico.

I suoi oli possono presentare concentrazioni elevate di composti fenolici, e l'oleocantale contribuisce anche alla caratteristica sensazione di piccantezza in gola.

La ricerca scientifica ha studiato questi composti per le loro attività biologiche, compresa l'azione sull'enzima COX dell'oleocantale.

Ma è importante non trasformare queste proprietà in promesse terapeutiche.

La Coratina non è un farmaco.

L'oleocantale non è ibuprofene.

Il Brufen non viene prodotto dall'olio d'oliva.

E non esiste una soglia EFSA di 350 mg/kg che trasformi un olio in un prodotto “nutraceutico”.

Il modo più corretto di valorizzare la Coratina è quindi proprio quello più semplice:

è un olio extravergine di oliva caratterizzato, in molti casi, da un'elevata presenza di composti fenolici e da un profilo aromatico intenso, che può inserirsi molto bene in un'alimentazione equilibrata.

La ricerca sui suoi componenti bioattivi è interessante e continua.

E forse è proprio questo il modo migliore di raccontare la Coratina: non come un farmaco naturale miracoloso, ma come un alimento di grande interesse nutrizionale e culturale, inserito nella tradizione della dieta mediterranea.



Fonti scientifiche e istituzionali

  1. Commissione Europea – Regolamento (UE) n. 432/2012
    È la fonte normativa per l'indicazione sulla salute relativa ai polifenoli dell'olio d'oliva: l'olio deve contenere almeno 5 mg di idrossitirosolo e derivati per 20 g per poter utilizzare l'indicazione autorizzata relativa alla protezione dei lipidi ematici dallo stress ossidativo.
  2. EFSA – Health claims: composti fenolici dell'olio d'oliva e LDL/pressione arteriosa, 2025
    Nel 2025 EFSA ha valutato una proposta relativa alla riduzione del colesterolo LDL e della pressione arteriosa e non ha stabilito una relazione causa-effetto sufficiente per autorizzare tale indicazione. È una fonte importante per evitare di presentare i polifenoli della Coratina come sostanze che abbassano direttamente l'LDL.
  3. Pannelli et al. – Chemical composition of Italian virgin olive oils as a function of variety and harvest period, 2019
    Studio pubblicato su Food Chemistry che ha rilevato, tra gli oli analizzati, un contenuto fenolico particolarmente elevato nella cultivar Coratina, pari a 688–1039 mg/kg, con variazioni legate al periodo di raccolta.
  4. Beauchamp et al. – Ibuprofen-like activity of extra-virgin olive oil, Nature, 2005
    Studio fondamentale sull'oleocantale, che ha evidenziato un'inibizione delle cicloossigenasi COX-1 e COX-2, analogamente a quanto avviene con l'ibuprofene a livello enzimatico. Questo studio non dimostra però che l'olio extravergine sia equivalente all'ibuprofene come farmaco.

    Nota: qui non inserirei un riferimento non verificato: nella risposta precedente avevo indicato il riferimento PubMed, ma questa sessione non mi ha restituito l'identificativo preciso. È meglio lasciare il riferimento bibliografico completo solo dopo una verifica puntuale.

  5. Unione Europea – normativa sulle diciture “estratto a freddo”
    La normativa europea stabilisce che la dicitura “estratto a freddo” può essere utilizzata per gli oli vergini ed extravergini ottenuti mediante percolazione o centrifugazione della pasta di olive a temperatura inferiore a 27 °C.
  6. FDA – Qualified Health Claim relativo all'acido oleico
    La FDA ammette una qualified health claim secondo cui le evidenze sono suggestive, ma non conclusive, circa un possibile beneficio cardiovascolare quando oli ricchi di acido oleico sostituiscono grassi più ricchi di grassi saturi.